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Mamma o papà

Un “gigabyte” in più per il divorzio.

“Mamma o papà?” è un film del 2017 di Riccardo Milani con Paola Cortellesi e Antonio Albanese nei panni di Valeria e Nicola, due coniugi con tre figli, due bei lavori ed una graziosa villetta.

D’un tratto, rendendosi conto entrambi che si è affievolito l’amore e sono diventati due buoni amici, decidono di divorziare di comune accordo.

Entrambi hanno ricevuto delle proposte di lavoro allettanti per l’estero, ma a causa dei figli, non possono partire tutti e due. Valeria, generosamente, decide di rifiutare l’offerta ricevuta, di sacrificarsi e di restare lei con i figli permettendo così a Nicola  di partire.

Inizialmente, appare il divorzio congiunto più facile del mondo ed anche la coppia di amici consiglieri sembrano avere un compito facile.

Ma non è così, gli equilibri ben presto cambiano. 

Come diceva Tristan Bernard “molti divorzi nascono da un’incomprensione. Come molti matrimoni.” ed anche questo divorzio non si smentisce.

Nicola, sprovveduto fedifrago, è scoperto da Valeria mentre si abbandona ad effusioni in pubblico con un’infermiera, con la quale ha una relazione amorosa; ferita nell’orgoglio, decide di non sacrificarsi più, scatenando una vera e propria battaglia.

L’iniziale patto di reciproca disponibilità si trasforma in una feroce guerriglia: a pagarne le conseguenze sono i figli e gli amici consiglieri che finiranno per essere schiaffeggiati entrambi. Vale, come sempre, il proverbio“Tra moglie e marito non mettere il dito”.

La contesa è sulle offerte di lavoro all’estero ricevute dai due coniugi e su chi dovrà, all’esito del divorzio, vivere con i figli. Il coniuge affidatario, infatti, non potrà partire.

Ognuno dei due coniugi ( ancora per poco ) tenta e fa di tutto per convincere i figli a scegliere di andare a vivere con l’altro: dalle elezioni, con apposita urna e “schede elettorali”, a veri e propri meccanismi di dissuasione. 

Di solito la realtà è però ben diversa: la battaglia è per l’affidamento dei figli, “i bambini sono missili nucleari nella guerra fredda del divorzio” diceva Frank Adam.

Ma, fortunatamente, esistono anche divorzi congiunti e  decisioni prese d’accordo con la previsione di un affido condiviso dei figli senza che si consumino tragedie familiari.

Cos’è l affido condiviso dei figli all’esito della procedura di divorzio?

L’affido condiviso rispecchia e rispetta il principio cosiddetto della “bi genitorialità”, principio divenuto fondamentale poiché permette l’esercizio effettivo della responsabilità genitoriale da parte di entrambi gli ex coniugi.

Oggi il suo “corretto funzionamento” può essere “garantito” da una “APP”.

Procediamo con ordine.

La legge n. 54/2006 ha introdotto il sistema della “bi genitorialità” e modificato alcuni articoli del codice civile.

L’art. 337 ter stabilisce che “ il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi … il giudice … Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati ad  entrambi  i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun  genitore, fissando altresì la misura e  il modo  con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli. Prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti  tra i genitori. … La responsabilità genitoriale è esercitata da entrambi i genitori. Le decisioni di maggiore interesse per i figli relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune  accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. In caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice …”

La Cassazione si è espressa numerose volte ed in ultimo con la sentenza 21591/2012 stabilendo che “la conflittualità esistente tra i coniugi non può di per sé, né astrattamente né con riferimento allo specifico caso in esame, giustificare la deroga dal regime di affidamento condiviso in quanto lo stesso è stato ritenuto maggiormente idoneo a riequilibrare la condivisione del ruolo genitoriale in favore dell’interesse dei figli minori.”

Quindi i figli sono affidati, se non ricorrono gravi motivi ostativi, ad entrambi i genitori i quali, preferibilmente, stabiliscono anche con specifici accordi le modalità dell’affidamento (tempi e modalità di visite settimanali e durante le festività, assegno periodico etc.); in difetto, qualora non ci fosse accordo, provvederà il giudice.

Discorso diverso dall’affidamento condiviso è la concreta residenza dei figli ed il genitore “collocatario” presso il quale materialmente vivranno (in genere la madre, anche assegnataria della casa familiare).

Il Tribunale di Modena con la sentenza n. 2259/2017 ha recepito un accordo di divorzio con il quale gli ex coniugi decidono di gestire i loro rapporti con i figli minori tramite l’Applicazione telematica denominata “Progetto Anthea”.

In particolare si legge: “al fine di facilitare la gestione delle problematiche che possono riguardare la prole e per facilitare la gestione della conflittualità genitoriale le parti si dichiarano concordi nell’aderire al progetto Anthea ed a utilizzare la relativa applicazione telematica in modo esclusivo per qualsiasi comunicazione che possa riguardare i minori e ben consapevoli che tutte le comunicazioni che intercorrano tra essi potranno essere oggetto di produzione documentale rappresentando prova ineluttabile ed incontestabile dalle parti, così come adeguatamente loro edotto in sede di adesione al progetto stesso. Il mancato uso dell’applicazione non potrà essere oggetto di giustificazione alcuna e potrà essere liberamente valutato dal magistrato in caso di decisioni che derivino da atti e procedimenti attivati a seguito di insorta conflittualità tra i genitori successivamente …”.

Cos’è questo “Progetto Anthea” ?

E’ una piattaforma, ideata da un avvocato, attraverso la quale avverranno le comunicazioni ed i dialoghi tra gli ex coniugi, “la prima applicazione per la facilitazione della gestione della conflittualità genitoriale”, si legge sul loro sito.

E’ un “app” sempre disponibile su smartphone e tablet, attraverso la quale gli ex coniugi pianificheranno ed organizzeranno i loro rapporti, innanzitutto per ciò che attiene i figli, a seguito del divorzio.

Questa applicazione ha il pregio di far si che tutte le comunicazioni tra i genitori potranno essere lette e valutate dal giudice.

L’accesso ai loro dati ed alle conversazioni, sarà consentito, difatti, attraverso una password anche al giudice ed assistenti sociali.

In definitiva tutto ciò che si scrive in “app” sarà archiviato come documento ed utilizzabile ai fini di una decisione.

Il progetto è chiaro: cercare di ridurre il più possibile la guerra tra gli ex coniugi e tutelare il più possibile i figli ed il loro futuro.

Se si è litigato fino al divorzio, almeno è doveroso cercar di non litigare più oltre.

In definitiva quando si divorzia congiuntamente, occorre solo un buon smartphone e controllare di avere “gigabyte” a disposizione per poter far funzionare l’app, altrimenti si rischia … “l’incomprensione”.

Riproduzione riservata ex l.633/1941.

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